Le emergenze nell’assistenza territoriale

sincopi

Titolo: Le emergenze nell'assistenza territoriale (codice ECM 371086)
Destinatari:
tutti gli operatori sanitari
Scadenza:
31-12-2023
Crediti:
2
Costo:
20 €
Programma:
SmartFAD
Valutazione dei partecipanti (282 valutazioni):
8/10 rilevanza
9/10 qualità
8/10 efficacia

Perché seguire questo corso FAD ECM sulle emergenze

I medici che operano sul territorio si trovano ad affrontare emergenze, più spesso cardiovascolari, respiratorie e metaboliche, ma in teoria le possibilità sono moltissime. Sia che l’emergenza possa essere gestita ambulatorialmente, sia che necessiti dell’invio in ospedale con mezzi di soccorso, è cruciale la tempestività e l’appropriatezza degli interventi diagnostici e terapeutici erogati nei primi minuti. La conoscenza delle condizioni più frequenti aiuta a gestire queste situazioni che in quanto inattese mettono sempre alla prova.

Medici, preparedness non sempre adeguata

I medici hanno l’obbligo legale, morale ed etico di prestare le cure d’emergenza di base ai pazienti, oltre a gestire le complicazioni e le reazioni eventualmente conseguenti agli interventi effettuati. Anche se le emergenze sono rare, è necessaria un’adeguata preparazione (preparedness) in termini di conoscenze e competenze professionali del medico e del personale sanitario che eventualmente partecipa nell’erogazione dell’intervento assistenziale, di protocolli e procedure, attrezzature e farmaci.
In Italia, la Legge 8 marzo 2017 n. 24 (Legge Gelli-Bianco) entrata in vigore il 1° aprile 2017 sancisce, fra l’altro, il riconoscimento del diritto alla sicurezza delle cure quale posizione soggettiva estrapolata direttamente dal diritto alla salute, previsto dall’articolo 32 della Costituzione.

Alcuni studi riportano peraltro che spesso la preparedness non è adeguata e ribadiscono che la rarità degli eventi, i costi (economici, impegno di tempo, personale) o la prossimità dello studio o dell’ambulatorio con centri ospedalieri in grado di gestire le emergenze non rappresentano una giustificazione per trascurarla. Il medico che svolge attività sul territorio deve effettuare una valutazione del rischio generico e specifico per la singola emergenza sulla base di diversi fattori relativi a:

  • caratteristiche della popolazione assistita (età, situazione socio-sanitaria e di svantaggio, disabilità, tendenza a comportamenti di abuso o violenza, prevalenza di malattia)
  • contesto, tempi necessari per l’intervento di mezzi di soccorso o per raggiungere un ospedale, presenza di altri operatori sanitari e loro competenze
  • tipi di interventi effettuati (somministrazione di farmaci, vaccinazioni, chirurgia ambulatoriale).

Come ci si prepara alle emergenze

Per prepararsi alle nuove emergenze, occorre riconsiderare gli eventi passati e le caratteristiche e i livelli di rischio della propria attività. Le stime disponibili sulla frequenza delle emergenze in un contesto di assistenza ambulatoriale sono limitate e piuttosto variabili. I dati disponibili variano da 1 a 8 casi ogni anno, con una maggiore prevalenza se i medici svolgono la loro attività in contesti rurali rispetto a quelli urbani. Dal punto di vista soggettivo, la maggioranza dei medici riferisce di avere affrontato in ambulatorio almeno un’emergenza ogni anno. Sono riportate stime più elevate per le emergenze pediatriche, fino a una la settimana.
Le più comuni emergenze riguardano attacchi acuti di asma, infarto del miocardio, arresto cardiaco, shock anafilattico, episodi di ipoglicemia grave, convulsioni, sincopi, traumi soprattutto al capo, avvelenamento e sovradosaggio di farmaci. A queste si aggiungono le emergenze pediatriche e le emergenze ostetriche, di gestione particolarmente impegnativa per la forte componente emotiva che evoca nel paziente e nei familiari che accompagnano il paziente.

Zuccheri o sali

Angelo ha chiesto a Francesco, medico di famiglia, ex medico dell’esercito con servizio in Afghanistan, una visita domiciliare per sua madre Roberta, pensionata di 74 anni. Roberta pesa 90 kg per 163 cm di altezza, ha un BMI di quasi 34 kg/m2, ai limiti tra primo e secondo grado di obesità. Vive con marito, figlio e nuora in una villetta bifamiliare e conduce una vita sedentaria, con alimentazione poco o per nulla controllata. Soffre di ipertensione arteriosa, fibrillazione atriale, diabete mellito di tipo 2 non compensato, dislipidemia e ipotiroidismo. Pertanto è in politerapia con warfarin, olmesartan, idroclorotiazide/amiloride più furosemide al bisogno, metformina, insulina rapida e lenta, atorvastatina e levo-tiroxina.
All’arrivo del medico, Angelo si sfoga con tono quasi rabbioso: “Dottore, grazie per essere venuto. Non c’è verso di portare mia madre a una visita da lei, anche se si lamenta che sta sempre male. Sono stanco di occuparmi delle sue medicine, è sempre imprecisa e disattenta e quando io non ci sono chissà cosa combina con l’insulina perché lo so che ormai è stufa di pungersi con quelle siringhe. L’ultima novità è il bruciore quando deve urinare. E per quel che ne capisco io, gli esami non sono buoni”. Il medico guarda gli esiti degli esami e si rivolge alla donna con tono preoccupato e severo: “455 di glicemia! 9,8% di emoglobina glicata! 3,1 di potassio! Signora, non ci siamo sono tutti valori molto alterati, segno di scompenso glicemico. Signora Roberta, cosa è successo?”

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